Barista sottomessa e pioggia dorata
*«Domani non pisci. Né prima del turno né durante. Tutto il giorno. Omoashi. Se perdi una sola goccia, la punizione sarà peggiore.»
Lei aveva obbedito. Al mattino aveva bevuto solo un sorso d’acqua, abbastanza da non seccarsi la bocca, e poi niente. Quando aprì il locale alle undici, la vescica era già un peso sordo e insistente sotto l’ombelico.
I jeans neri attillati le fasciavano il culo e le cosce, la maglietta nera le segnava i seni sodi. Ogni passo le ricordava quanta pipì stesse trattenendo. Si muoveva con cautela, stringendo i muscoli del pavimento pelvico, le cosce leggermente chiuse. I clienti non notavano nulla, ma lei sì: ogni risata, ogni movimento, ogni volta che doveva chinarsi per prendere una bottiglia faceva oscillare quel liquido caldo dentro di lei.
Alle tre del pomeriggio la pressione era diventata quasi dolorosa. Sara serviva un caffè con le mani che tremavano leggermente. Una goccia le sfuggì, calda, e si fermò immediatamente, stringendo con tutta la forza che aveva. Il cuore le batteva forte. Guardò il telefono. Nessun messaggio. Lui sapeva. Lui stava aspettando.
Alle sei la vescica le faceva male. Era gonfia, tesa, e ogni passo era una tortura dolce e umiliante. Le mutandine erano già umide di eccitazione, non di pipì. Il desiderio e l’urgenza si confondevano. Ogni volta che un cliente le parlava, Sara sorrideva con le guance rosse, stringendo le gambe sotto il bancone, temendo che una sola contrazione sbagliata potesse farle perdere il controllo.
Il Padrone entrò alle ventuno e trenta, quando il locale era quasi vuoto. Si sedette al bancone, ordinò il solito whisky doppio e la guardò. Non disse una parola. Lei capì. Continuò a servire, le cosce ormai quasi bloccate, il basso ventre che le doleva in modo sordo e costante. Sentiva la pipì spingere contro l’uretra, pronta a esplodere.
Quando l’ultimo cliente uscì, lui si alzò, girò la chiave nella serratura e abbassò le tapparelle.
«Bagno. Ora.»
Sara camminò con passi corti e rapidi, le ginocchia quasi unite. Entrò nel bagno del personale. Lui la seguì, chiuse la porta e la spinse contro il lavandino.
«Spogliati dalla vita in giù. Tutto.»
Lei obbedì con le mani tremante. Jeans e mutandine scesero fino alle caviglie. Il basso ventre era visibilmente gonfio, teso. La figa era già lucida di eccitazione.
«In ginocchio. Sotto il lavandino.»
Sara si inginocchiò sul pavimento freddo. Lui si mise in piedi davanti a lei, si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il cazzo già semi-duro.
«Prima la tua. Tieniti aperta. Voglio vederti pisciare e poi berla.»
Sara, con le lacrime agli occhi per l’urgenza, allargò le cosce e rilasciò. Un getto potente e caldo esplose fuori di lei, schizzando sul pavimento e sulle sue stesse cosce. Il sollievo fu così forte che gemette, quasi un pianto. La pipì le colava tra le natiche, scendeva lungo le gambe, bagnava i jeans ancora abbassati.
«Raccoglila. Con le mani. Bevila.»
Tremando, Sara raccolse il liquido caldo e ambrato nelle mani a coppa e lo portò alla bocca. Bevve. Il sapore era acido, caldo, umiliante. Ne bevve più sorsi, mentre il resto le scorreva tra le dita e le colava sul petto, macchiando la maglietta nera.
Il Padrone le prese i capelli corti e spettinati.
«Ora la mia.»
Si avvicinò, puntò il cazzo contro le sue labbra aperte e iniziò a pisciare direttamente in bocca. Il getto era caldo, forte, abbondante. Sara deglutì avidamente, cercando di non farne cadere troppo, ma era impossibile. Il liquido le riempì la bocca, le scese dal mento, le colò sul collo, sui seni, sulla maglietta già bagnata. Continuò a bere, gli occhi chiusi, mentre il Padrone le svuotava la vescica direttamente in gola.
Quando il getto si affievolì, lui le tenne ancora la testa e le fece leccare le ultime gocce.
«Apri. Mostrami.»
Sara aprì la bocca. Lingua e denti erano ancora bagnati di piscio misto.
Lui sorrise, soddisfatto.
«Brava puttanella. Ora alzati.»
La tirò su, la spinse di nuovo contro il lavandino e le aprì le natiche. Senza preamboli le infilò due dita nel culo ancora sensibile, poi le sostituì con il cazzo. La scopò con colpi profondi e lenti mentre lei era ancora gocciolante di piscio, i vestiti fradici, le gambe tremanti. Ogni spinta faceva schizzare altre gocce sul pavimento.
Quando venne, le scaricò tutto in fondo al culo e le diede uno schiaffo secco sulla natica.
«Domani ripeti. E stavolta bevi di più prima di iniziare il turno.»
Sara, con i vestiti inzuppati, il sapore amaro ancora in bocca e il culo pieno di sperma, annuì con la voce rotta:
«Sì, Padrone.»
Uscì dal bagno pochi minuti dopo, le guance rosse, i capelli spettinati, la maglietta scura di macchie e i jeans ancora umidi. Ogni passo le ricordava cosa aveva appena fatto… e quanto avrebbe voluto rifarlo.
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